“Chianti Trail: e sai cosa vedi (ma non sai cosa soffri…)” by Michele

“…e buongiorno anche agli amici di Grassina…”

E’ così che il telecronista, Stefano Giovannetti, ci accoglie mentre appena scesi dall’autobus, ci accingiamo a “accomodarci” sotto il gonfiabile della partenza. Il cielo è plumbeo, ma clemente, un fastidioso vento fresco soffia in faccia. Distribuisco tanti sorrisi e un bel po’ di castronerie alla sconosciuta podista accanto a me, ma sotto sotto la preoccupazione è tanta. Mi sembra la prima volta, eppure non lo è…. ce la farò a macinare questi 18Km trail in maniera, se non eroica, almeno dignitosa? Mentre questo e altri mille pensieri mi attanagliano, è arrivato il momento di partire: niente di più facile. Un piede avanti e l’altro che lo segue, per “soltanto” 18km. Qualsiasi fondo, qualsiasi condizione meteo, qualsiasi condizione fisica. Contro tutto e contro tutti. Solite storie: si corre a singhiozzo, troppo traffico, il sentiero è saturo. Sarà così per almeno 1Kmetruccio. Meglio così, mi servirà da riscaldamento, che al solito, non ho fatto. “Viva gli sposiiiiiiiiii”, urla il solito buontempone nel gruppo. Rido, ma intanto il cuore sale insieme all’inclinazione e un certo senso di fatica si fa sentire. Mi pare non sia giornata. Non mollo: l’inclinazione sale ancora e cambia il fondo, si passa dal sassoso al terroso e il respiro si fa sempre più affannoso, ma non mollo. Passerà. Cambia di nuovo il fondo, sassoso su terra lente, l’inclinazione si fa “impossibile”. Decido di non mollare finché posso, sarà così fino a metà salita, dopo di chè passo a una camminata “Mario del Lungo Style”, fino a quando non arriverò all’apice della salita. Una volta giunti al massimo dislivello, si riparte a correre davvero e con la testa girata a destra verso un magnifico paesaggio, ci tuffiamo in discesa. Decido di scendere giù tranquillo, senza cercare imprese inutili, rispettoso dei miei poveri 43enni ginocchi. Una discesa non facile, che non fa mancare niente: Duro ripido, morbido, pietraia, strada bianca, morbido erboso, il tutto intramezzato da paesaggi mozzafiato e passaggi in borghi caratteristici dove fare il ristoro è doppiamente piacevole. Si scollina San Gusmè e ci si butta giù nella più splendida vigna per podisti mai vista, le gambe accelerano da sé, ma una sensazione spiacevole inizia a darmi noia. Una maglina di troppo che avevo messo sotto la divisa sociale, è diventata una cinghia che mi strozza e mi tormenterà per diversi Km fino a che, stanco di sopportare la situazione, non mi fermo a lottare con le due magliette che nel frattempo sono diventate acqua, si sono impigliate e sono erroneamente spillate insieme al pettorale, dando vita ad una scena di lotta libera con due stracci, che penso diversi podisti avranno apprezzato. Nel frattempo mi superano Rossana e Monica, che rassicuro sul mio buono stato mentale. Riparto con il fastidio della maglina in mano, ma non più indosso, ritorno turbo e recupero un po’ del tempo perso. Mi stabilizzo, ma mi ritrovo di nuovo in una situazione difficile: la vicinanza con la NinfoPodista. Ci mancherebbe altro: ognuno soffre come vuole, ma io ero già arrabbiato per quella maglina, correre con una accanto che fa “Ohhhh Uhhhh Ahhhh Ohhh Uhhhh Ahhh”. Ci son tre possibilità: O si tromba, o tu smetti, o ri-accellero. Scelgo la terza, per poi ritrovarmi in condizioni di quasi-apnea al ristoro di Villa Arceno, ma libero anche dalla NinfoPodista.

Eccolo lì, l’ultimo dramma di oggi: il ristoro di Villa Arceno: Crostate, panini con la nutella, salame dolce , Coca Cola pareva di essere alla “sagra del diabetico”! Poi ho pensato a quella nazista dell’OSMA che mi tiene a dieta e le punizioni infami che mi avrebbe inflitto… ho buttato la maglietta nel secchio, ho preso un bicchiere di sali e son ripartito, felice, finalmente senza quella cavolo di maglietta sudicia e puzzolente che tenevo in mano da 4 Km e che mi impediva di correre con i braccini bassi.












Per il resto, ordinaria amministrazione, ultima discesa a ritmo agile, ultima salita a ritmo cadavere e ultimo Km a ritmo splendido, con il quale mi sono presentato sul traguardo a braccio alzato e sorriso smagliante (lo so, era finto, ma il pubblico mica lo sapeva?).L’ultima sorpresa me la fa il telecronista che al mio taglio del traguardo esclama “ed ecco sul traguardo Michele Olimpi” fra gli sguardi stupidi del pubblico che si chiedeva, “ma chi cavolo è questo Michele Olimpi?”


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Michele


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